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martedì, marzo 01, 2005
 

Per Giuliana




L'urlo delle sirene

Il crepitio delle armi,

Bombe intelligenti......

E bombe che uccidono.

Raccontava come è

Assurda la guerra, sempre!

Tenera nella carne

E forte nello spirito,

Lasciate che torni

A parlare di pace!














postato da socrate.51 | 22:54 | commenti (2)


martedì, maggio 25, 2004
 


Insonni e sudate

Le mie notti....

Mangio poco,

Il mio corpo è

Opaco e stanco.

Amore, quello vero,

Mi ha preso e

Ogni giorno di più

Riaccende la passione

E stuzzica la voglia!

E' vero:

Non posso, al momento,

Unire le mie alle tue mani.

Che sarà di me?

Chi bacerà le mie labbra arse?

Io voglio te, solo te

Amore mio!



















postato da socrate.51 | 21:33 | commenti (4)


martedì, maggio 04, 2004
 
Gliucecattèlle

Quanne è scure,
le sére de magge,
t'affacce alla porta
i sénte 'n addore,
'n addore de rose.
Guarde 'nnanze
i vide nu céle
stellate a puntiglie
i le stélle se
currene apprésse,
mo le vide i
mo nen le vide....
che sò bèlle
le gliucecattélle!
















postato da socrate.51 | 21:31 | commenti (3)


giovedì, aprile 29, 2004
 
"Je ne suis pas d'accord avec ce que vous dites, mais je suis prêt à me battre jusqu'à la mort pour votre droit à le dire"
Voltaire
postato da socrate.51 | 22:09 | commenti (3)


giovedì, marzo 25, 2004
 
".......Anche la donna porta come l'uomo molte stuoie e panni intorno al corpo e intorno alle gambe. La sua pelle è perciò tutta segnata da cicatrici e ferite a causa dei lacci. I seni sono vizzi e spenti e non danno più latte, per l'oppressione di una stuoia che lei si lega intorno al petto, dal collo fino al basso ventre, e anche sulla schiena, una stuoia indurita e irrigidita con ossa di pesce, filo di ferro e vari legacci. Perciò la maggior parte delle madri non possono più allattare i figli e devono dare loro il latte in un rotolo di vetro, chiuso e munito al di sopra di un capezzolo finto. E non è neppure il proprio latte, quello che danno loro, ma il latte di brutti animali rossastri e cornuti ai quali viene tolto con la forza, premendolo fuori da quattro tappi che hanno sotto la pancia.
Per il resto i panni delle donne e delle fanciulle sono molto più sottili e leggeri di quelli degli uomini, e possono anche essere variopinti e luccicare tanto da essere visti da lontano. Inoltre lasciano anche spesso intravedere collo e braccia e più carne di quelli degli uomini. Tuttavia è considerata buona cosa che una fanciulla si copra molto e allora la gente dice di lei con compiacimento: "E' casta", e ciò sta a significare che rispetta le leggi dei buoni costumi.
...... Mentre la donna possiede numerosi panni colorati da festa, che custodisce in molte casse, collocate ritte in piedi, e si dà molto pensiero di quello che indossa oggi o domani, se deve essere lungo o corto, e parla sempre con molto amore degli ornamenti che ci deve mettere sopra, l'uomo ha di solito un unico abito da festa e non ne parla quasi mai.
..... Non appena un uomo o una donna lasciano la capanna per passare sulla strada, subito si avvolgono in un ulteriore panno, che è pesante o leggero secondo che brilli il sole o faccia freddo. Poi si coprono anche la testa, gli uomini con un vaso nero e rigido, arrotondato e vuoto all'interno, come il tetto di una casa delle Samoa; le donne invece con grandi canestri e ceste rovesciate sui quali annodano fiori che non sfioriscono mai, piume, strisce di panni, perle di vetro e altri ornamenti di ogni genere. ...... Gli uomini sollevano questi vasi da testa a ogni incontro, in segno di saluto, mentre le donne piegano solo lievemente in avanti il peso che portano sul capo, come una barca mal caricata.
Solo la notte, quando il Papalagi brama la sua stuoia, egli si toglie di dosso tutti quei panni, ma subito se ne infila un altro, un pezzo unico aperto sui piedi, che lascia scoperti. Anche le donne e le fanciulle portano questo panno da notte, per lo più riccamente adorno intorno al collo, sebbene di questo si veda ben poco. Non appena il Papalagi si è steso sulla sua stuoia, subito si ricopre dalla testa ai piedi con le piume strappate dalla pancia di un grande uccello e rinchiuse in un grande telo perchè non possano disperdersi e volare via.
Queste penne inducono il corpo a sudare e il Papalagi così pensa di essere steso al sole, anche quando non lo è. Perché , in realtà , del vero sole il Papalagi non si interessa molto.
E' ora ben chiaro che, con tutte queste cose addosso, il corpo del Papalagi diventa bianco e smorto, senza il colore della gioia. Ma lui ama fare così. ..... Ma al Papalagi piace farsi in tutte le cose una saggezza e una legge secondo il suo pensiero. Poiché il suo naso è appuntito come il dente di un pescecane, lo trova bello; e il nostro, che è tondo e morbido, lo trova brutto, sgraziato, mentre noi diciamo esattamente il contrario.
Essendo i corpi delle donne e delle fanciulle così accuratamente ricoperti, gli uomini e i giovanetti provano un intenso desiderio di vedere la loro carne, come è naturale. Notte e giorno ci pensano e parlano molto delle forme delle donne e delle fanciulle, e sempre in modo che ciò che è bello e naturale appaia un grande peccato, come qualcosa che può essere visto solo nell'ombra più fonda. Se lasciassero vedere la carne più apertamente, potrebbero dedicare i loro pensieri ad altre cose, e i loro occhi non si storcerebbero e le loro bocche non pronuncerebbero parole vogliose ogni volta che incontrano una fanciulla.
Ma la carne è peccato, è di Aitu (demonio). C'è pensiero più stolto, cari fratelli? Se si dovesse credere alla parola del bianco, si dovrebbe con lui desiderare piuttosto che la nostra carne fosse rigida come lava e priva di quel dolce calore che viene da dentro. Ma noi vogliamo ancora rallegrarci della nostra carne che può parlare con il sole, di poter muovere le gambe come il cavallo selvatico perché nessun panno le lega e nessuna pelle appesantisce i piedi, di non essere costretti a fare attenzione perché il nostro copricapo non ci cada dalla testa. Godiamoci la gioia che ci dà la vergine che è bella nel corpo e mostra le sue membra al sole e alla luce della luna. Stolto, cieco e senza il senso della vera gioia è il bianco che deve tanto ricoprirsi per essere senza vergogna.







postato da socrate.51 | 10:24 | commenti (5)


mercoledì, marzo 24, 2004
 
Del ricoprirsi del Papalagi, dei suoi molti panni e stuoie
"Il Papalagi è continuamente preoccupato di coprire ben bene la sua carne. "Il corpo e le sue membra sono carne, solo quello che sta sopra il collo è il vero uomo"; così dunque mi disse un bianco che godeva di grande prestigio ed era considerato molto saggio. Voleva dire che degna di considerazione è solo la parte dove hanno dimora lo spirito e tutti i buoni e i cattivi pensieri. La testa. Quella, e in caso estremo anche la mani, il bianco le lascia volentieri scoperte. Sebbene anche la testa e le mani altro non siano che carne e ossa. Chi lascia vedere la propria carne, non può più vantare alcun diritto di essere chiamato civile.
Quando un giovane sposa una fanciulla, non sa mai se è stato imbrogliato, perché non ha mai visto il suo corpo. Una fanciulla, per quanto bella possa essere, fosse anche la più bella taopou (vergine del villaggio, regina delle fanciulle) di Samoa, copre il suo corpo, perché nessuno lo possa vedere e trarre gioia da tale vista.
La carne è peccato. Così dice il Papalagi. Poiché il suo spirito è grande grazie al suo pensiero. Il braccio che si leva per il lancio nella luce del sole, è una freccia del peccato. Il petto su cui ondeggia l'onda del respiro, è la dimora del peccato.... Le membra con le quali la vergine ci offre un siva (danza dei nativi) sono peccaminose. E anche le membra che si toccano per fare la creatura a gioia della grande terra, sono peccato. Tutto è peccato ciò che è carne. In ogni tendine c'è un veleno, un subdolo veleno che passa da creatura a creatura. Chi anche solo guarda la carne, sugge il veleno, ne è ferito, è altrettanto riprovevole e perverso quanto colui che la mette in mostra. Così dunque dicono le sacre leggi morali dell'uomo bianco.
Anche per questo il corpo del Papalagi è ricoperto dalla testa ai piedi di panni, stuoie e pelli, in maniera così fitta e spessa che non un occhio umano vi può giungere, non un raggio di sole, così che il suo corpo diventa smorto, bianco e appassito come i fiori che crescono nel profondo della foresta vergine.
Lasciate che vi descriva, più ragionevoli fratelli delle molte isole, quale peso un solo Papalagi porta sul suo corpo. Prima di tutto, sotto ogni altra cosa, egli avvolge il suo corpo nudo in una pelle bianca, ottenuta con le fibre di una pianta, chiamata pelle di sopra. La si solleva e la si lascia ricadere dall'alto verso il basso, da sopra la testa, sul petto e sulle braccia, fino all'altezza dei fianchi. Sopra le gambe e le cosce e fino all'ombelico, tirata dal basso verso l'alto, viene la cosiddetta pelle di sotto. Entrambe sono poi ricoperte da una terza pelle, più spessa, intessuta con i peli di un animale, un quadrupede lanoso, che viene allevato appositamente a questo scopo. Questi sono i veri e propri panni e consistono per lo più di tre parti, una che copre il busto, l'altra l'addome e la terza le cosce e le gambe. Le tre parti sono tenute insieme da conchiglie e funi fabbricate con i succhi disseccati dell'albero della gomma, così che da ultimo sembrano fatte di un solo pezzo. Questi panni sono nella maggior parte dei casi di un colore grigio come la laguna nella stagione delle piogge. Non devono mai essere colorati. Tutt'al più quello di mezzo, e anche qui soltanto per gli uomini che amano far parlare di sé e corrono molto dietro alle donne.
I piedi infine vengono avvolti in una pelle morbida e in una molto rigida. Quella morbida è per lo più elastica e si adatta facilmente al piede, al contrario di quella rigida. Anche questa è fatta con la pelle di un robustissimo animale, la quale viene lasciata a bagno nell'acqua, poi raschiata con un coltello, battuta e stesa al suolo fino a che si è completamente indurita. Con questa il Papalagi si costruisce poi una sorta di canoa dal bordo molto alto, grande giusto quanto basta per farvi entrare il piede. Queste barche da piede vengono poi legate e allacciate con cordoni e ganci intorno alla caviglia, così che il piede resta chiuso in un rigido guscio, come il corpo di una lumaca di mare. Queste pelli da piedi il Papalagi se le porta addosso dal levar del sole fino al tramonto, con esse fa i suoi malaga (viaggio), danza e le porta anche quando fa caldo come dopo una pioggia tropicale.
Poiché tutto ciò è assai innaturale, come il bianco del resto ben comprende, e rende i piedi come morti, tanto che cominciano a puzzare, e poiché in effetti la maggior parte dei piedi europei non sanno più afferrare una cosa o arrampicarsi su una palma, per tali ragioni il Papalagi cerca di nascondere la sua follia ricoprendo la pelle di questo animale, che al naturale sarebbe rossastra, con molto sudiciume, che poi rende lucido a furia di strofinare, così che gli occhi non possono sopportare il luccichio e si volgono altrove.........."






postato da socrate.51 | 11:54 | commenti


martedì, marzo 23, 2004
 
Il Papalagi ha impoverito Dio
"Il Papalagi ha una maniera di pensare curiosa e stranamente contorta. Pensa sempre come meglio trarre profitto da qualcosa e averne ragione. Soprattutto pensa solo per uno e non per tutti gli uomini. E questo uno è egli stesso.
Quando un uomo dice:"La mia testa è mia e non appartiene ad altri che a me", allora per lui è veramente così e nessuno può avere qualcosa da ridire. Nessuno ha maggior diritto alla propria mano destra che il possessore di quella mano. Fin qui do al Papalagi tutte le ragioni. Ma lui dice anche: "La palma è mia". Solo perchè cresce proprio davanti alla sua capanna. Come se l'avesse fatta crescere lui stesso. La palma però non è affatto sua. Mai. E' la mano di Dio che l'ha fatta uscire dalla terra. Dio ha molte mani. Ogni albero, ogni fiore, ogni filo d'erba, il mare, il cielo, le nuvole che in cielo camminano, tutto questo sono le mani di Dio. Noi possiamo afferrare queste cose e goderne, ma non possiamo dire: "La mano di Dio è la mia mano". Il Papalagi però lo fa.
"Lau" si chiama nella nostra lingua il mio e il tuo, ed è quasi una sola e unica cosa. Nella lingua del Papalagi non ci sono parole che significhino due cose ben diverse meglio de "il mio"e il "tuo". Mio è tutto ciò che appartiene solo e unicamente a me. Tuo è ciò che appartiene solo e unicamente a te. Per tale ragione, tutto ciò che sta nella cerchia della sua capanna il Papalagi dice: "E' mio". E nessuno ha diritto su queste cose all'infuori di lui. Quando vai da un Papalagi e presso di lui vedi qualcosa, un frutto, un albero, un'acqua, un bosco, un mucchio di terra, subito egli dice: "Questo è mio. Guardati dal toccare ciò che è mio!" Ma se tu lo fai ugualmente, allora si mette a gridare, ti chiama ladro, una parola che rappresenta una grande vergogna, e questo soltanto perchè hai osato toccare un "mio" del tuo prossimo. Accorrono i suoi amici e i servi del grande capo, ti mettono in catene e ti conducono nella "fale pui pui" e tu sei messo al bando per tutta la vita.
Perchè uno non abbia a prendere le cose che sono dell'altro, questo, e cioè il ciò che è mio e il ciò che è tuo, è accuratamente regolato da leggi speciali. E in Europa ci sono persone che non fanno altro che badare a che nessuno trasgredisca queste leggi, che al Papalagi nulla venga portato via di ciò ch'egli ha fatto suo. .....
Il Papalagi deve fare queste leggi e deve avere tutti questi difensori per il suo molto "mio", affinché coloro che hanno poco o nessun "mio" non prendano dal suo "mio". Poiché là dove molti prendono molto per sé, ci sono anche molti che hanno le mani vuote. Non tutti conoscono le astuzie e i modi segreti per giungere a molto "mio" e occorre uno speciale coraggio per questo, che non sempre si concilia con ciò che noi chiamiamo onore. E può anche ben darsi che coloro che hanno le mani vuote, perché non vogliono offendere Dio e non vogliono portargli via nulla, siano i migliori fra i Papalagi. Ma di questi sicuramente ce ne sono pochissimi." .......




postato da socrate.51 | 11:05 | commenti (2)


lunedì, marzo 22, 2004
 
Il Tempo.....
"Il Papalagi ama il metallo rotondo e la carta pesante, ama mettere nella pancia molto liquido tratto da frutti uccisi e molta carne di maiale e bue e di altri terribili animali, ma sopra ogni cosa ama ciò che non può afferrare e che pure è sempre presente: il tempo. E di questo fa grande scalpore e sciocche chiacchiere. Sebbene non ce ne sia mai più di quanto ne può stare fra il levarsi e il cadere del sole, lui non ne ha mai abbastanza. Il Papalagi è sempre scontento del suo tempo e si lamenta con il Grande Spirito perchè non gliene ha dato abbastanza. Sì, arriva a bestemmiare Dio e la sua grande saggezza, dal momento che taglia e ritaglia e divide e suddivide ogni nuovo giorno secondo un preciso sistema. Lo taglia proprio come si squarcia con il coltello una molle noce di cocco. E tutte le parti che taglia hanno un nome: secondi, minuti, ore. Il secondo è più piccolo del minuto, questo è più piccolo dell'ora; tutti insieme fanno le ore e bisogna avere sessanta minuti e molti più secondi prima di avere un'ora.
Questa è una faccenda molto complicata, che non sono mai riuscito a comprendere bene, perchè mi fa star male rimanere più a lungo del necessario a riflettere su cose così infantili. Ma il Papalagi fa di questo un gran sapere. Gli uomini, le donne e persino i bambini piccoli, che appena si reggono sulle gambe, portano nei loro panni una piccola macchina rotonda appesa a una grossa catena che pende dal collo o è legata a un polso con una striscia di pelle, e in essa sanno leggere il tempo. Questa lettura non è affatto facile. La si insegna ai bambini, tenendo la macchina vicino all'orecchio perchè si divertano.
...... Poichè ogni Papalagi è ossessionato dalla paura di perdere il suo tempo, sa anche molto bene (e non solo lo sa ogni uomo, ma anche ogni donna e ogni bambino piccolo) quanti soli e quante lune si sono levate e sono tramontate dal momento in cui egli ha visto la grande luce per la prima volta.Sicuro, questa è una cosa importante e quindi allo scadere di determinati periodi di tempo, si fanno grandi sacrifici con fiori e grandi banchetti. Quanto spesso mi sono accorto che molti credevano di doversi vergognare per me quando mi domandavano quanti anni avevo e io ridevo e non sapevo rispondere. "Ma devi pur sapere quanti anni hai" Io tacevo e pensavo: "E' molto meglio che io non sappia". Che età si ha, quante lune si sono viste. Questi calcoli e queste ricerche sono colme di pericolo, perchè con ciò si capisce quante lune dura la vita della maggior parte degli uomini. E così ciascuno di loro sta attentissimo, e quando molte e molte lune sono trascorse, dice "Dovrò morire". Così non ha più gioia e finisce che muore davvero......."


postato da socrate.51 | 12:06 | commenti (1)


domenica, marzo 07, 2004
 
Le donne de qui
Gioacchino Belli

Nun ce so donne de gnisun paese
che pòzzino stà appetto a le romane
ner confessare tante vorte ar mese
e in ner potesse dí bone cristiane.

Averanno er su' schizzo de puttane,
spianteranno er marito co le spese;
ma a divozione poi, corpo d'un cane,
le vedrai 'gnisempre pe le chiese.

Ar monno che je danno? la carnaccia
ch'è un saccaccio de vermini; ma er core
tutto alla Chiesa, e je dico in faccia.

E pe la santa Casa der Signore
è tanta la passione e la smaniaccia,
che ce vanno pe fà sino a l'amore.

postato da socrate.51 | 21:59 | commenti (2)


sabato, febbraio 28, 2004
 
Giochi ogni giorno
-Pablo Neruda

Giochi ogni giorno con la luce dell'universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell'acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno-

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra ghirlande gialle.
Chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ti ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire tutti i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
lo posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s'ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all'ultimo grido.

Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un'ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola, mi rechi caprifogli,
ed hai anche i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l'astro baciandoci
gli occhi
e sulle nostre, teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell'universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi

















































postato da socrate.51 | 23:43 | commenti (7)